venerdì 6 febbraio 2015

Che differenza c’è tra ossessioni e paranoie?


Non vi sono confini tra la realtà e la fantasia,
sono solo sfumature di colore
che si fondono e si intrecciano fra loro.
(anonimo)


che differenza c'è tra ossessione e paranoia?Questi due termini, ossessione e paranoia, anche se specialistici, sono ormai entrati a far parte del vocabolario comune. 
Ma vi siete mai chiesti cosa significano e a cosa si riferiscono? 

Il termine ossessione identifica un pensiero o più pensieri fissi, o comunque ricorrenti che si accendono involontariamente, fuori dalla possibilità di un controllo cosciente. Appaiono quindi come pensieri intrusivi esterni alla propria percezione di se, che l’individuo non ammette di poter avere, che le intimano, o di fare concretamente qualcosa (chi ha paura di poter far male a qualcuno, che teme di essere omosessuale, ecc. Oppure quando all’ossessione si associano compulsioni, sia mentali che fisiche) o la rendono perfezionista, rigida rispetto ai propri schemi di pensiero (sono coloro che seguono ciecamente il loro modo di fare ed esplodono di rabbia quando gli altri gli mettono i bastoni tra le ruote, infatti cambiando qualcosa nei loro schemi predeterminati vengono assaliti dall’ansia). Comunque in entrambi i casi l’individuo ha dei pensieri che vivono di vita propria, che si accendono fuori dal controllo cosciente e vengono percepiti come estranei alla propria percezione di se.
Un’altra forma ossessiva ma al confine con la paranoia è quella che viene definita dubbio patologico, nel quale le ossessioni sono rappresentate da domande che scaturiscono spontaneamente e alle quali il soggetto cerca di dare una risposta credendo fermamente che ci sia (quest’ultima è la componente che tende alla paranoia).
In tutti e tre i casi elencati comunque i soggetti percepiscono i pensieri ossessivi come fastidiosi e intrusivi, non appartenenti al proprio modo di essere e di percepirsi.

Il termine paranoia si riferisce invece ad una rigidità di pensiero che porta l’individuo ad avere la certezza che le cose stiano in un determinato modo. Il suo modo di osservare, percepire, fare e interagire farà quindi in modo che tali linee di pensiero si concretizzino e trovino un riscontro nella realtà. Quindi non c’è un pensiero percepito come estraneo che si accende e lo porta a fare o pensare certe cose, ma il pensiero “irrazionale” diventa parte del suo essere, il filtro attraverso il quale vede il mondo. Dato che la realtà che ciascuno di noi vive non è altro che una rielaborazione soggettiva del mondo mediata dal nostro sistema cerebrale, ecco che se il mio cervello vede una palla come gialla e tutti gli altri mi dicono che è rossa, per me c’è qualcosa che non va in tutti gli altri.
Un paranoico non crede di avere un problema (per questo non arriva mai in terapia di sua spontanea volontà ma spesso e volentieri viene portato da amici o parenti esasperati), il problema sono gli altri o il mondo che non vedono le cose come le vede lui, e questo gli provoca forte rabbia e frustrazione. Proprio perché nessuno è in grado di comprendere la sua visione ecco che diviene  sospettoso degli altri che man mano che il disturbo prende campo, divengono sempre più pericolosi e da tenere sotto controllo (tra i pensieri più comuni c’è cosa penseranno gli altri di lui, o la paura che qualcuno voglia fregarlo o ingannarlo). Questo modo di fare e di pensare, se reiterato, può portare ad un’ulteriore complicazione con l’insorgere delle manie di persecuzione (coloro che si sentono spiati dalle telecamere o dai vicini, prescelti da Dio per compiere una missione, o seguiti dagli UFO, dall’FBI…). L’inganno percettivo può addirittura sfociare in episodi psicotici allucinatori nei quali il paranoico vede realmente i suoi pensieri prendere vita. Per farvi un esempio, qualche anno fa un mio paziente che credeva di essere stato prescelto da Dio per compiere una missione, in preda a un delirio mistico vide i suoi compagni di lavoro trasformarsi davanti ai suoi occhi in dei diavoli con tanto di fiamme e corna. 
Provate a spiegargli che non era vero, dopo tutto lui li aveva realmente visti…

Quindi la differenza essenziale tra ossessione e paranoia è che nella prima l’individuo si rende conto di avere dei pensieri esterni che gli provocano perdite di tempo e sofferenza, quindi spesso e volentieri se ne vuole sbarazzare, tanto che una delle tentate soluzioni più utilizzate è cercare di non pensare ai pensieri che non vorrebbero. Nella seconda invece il soggetto vive un esperienza percettiva completamente falsata che per lui rappresenta la verità ed è per tanto convinto che siano tutti gli altri a non capire, non ha pensieri interni da combattere, il nemico è fuori e lui deve sempre essere pronto ad affrontare uno scontro. Proprio per questo vive un continuo clima di sospetto negli altri, perché potrebbe essere attaccato in ogni momento (il marito geloso della moglie che tiene sotto controllo lei, il telefono, facebook, ecc. Colui che crede che gli altri pensino male di lui e non ascolta ciò che dicono ma osserva costantemente il non verbale per comprendere cosa realmente pensino, ecc).

Per concludere in modo ancora più chiaro. 
La discriminante fondamentale è che l’individuo ossessivo non ha la certezza che il proprio modo di percepire e reagire rappresenti la verità assoluta, mentre il paranoico ne è convinto. 

Voglio infine riportarvi un antica storia cinese dalla quale emerge chiaramente come la realtà in cui viviamo non sia altro che il frutto del punto di vista da cui guardiamo le cose. 
Siete sicuri che la realtà che percepite rappresenti la verità assoluta? 
In merito a questo Buddha scrisse “l’unica certezza è che non esistono certezze”.

“máng rén mō xiàng” – Ciechi che toccano un elefante

Molto tempo fa, viveva un re dalla grande saggezza che era chiamato Jingmian. Nel regno, lui era l’unico a credere nella verità degli insegnamenti del Buddismo mentre tutti i sudditi e i vassalli erano convinti adoratori di religioni dissidenti. Per il re era come se una persona potesse dubitare della luce del sole e della luna e credere invece in quella delle lucciole. Per questo, era spesso afflitto e pensava: «Devo trovare un modo per educare il mio popolo, per fargli abbandonare le cattive credenze e farlo ritornare sulla giusta via!»
Un giorno, il re decise inaspettatamente di convocare i suoi ufficiali di corte e disse loro: «Voglio che andiate fino ai confini del regno a cercare tutte le persone che sono nate senza il dono della vista e, una volta che le avrete trovate, vi ordino di portarle qui a palazzo!» Così, gli ufficiali obbedirono, si separarono e si diressero a capi del paese per portare a compimento l’ordine ricevuto. Dopo poche settimane, tornarono tutti al palazzo del re portando con loro i non vedenti. Il re Jingmian fu molto contento e disse: «Molto bene, adesso andate a prendere un elefante e portatelo dove si trovano i ciechi!» La notizia dell’ordine del re si diffuse fra i sudditi e i vassalli, che rimasero molto sorpresi dalla cosa. Non riuscendo a capire cosa volesse fare quel giorno il sovrano, tutti i cittadini si affollarono per curiosare e prendere parte all’avvenimento.
Il re Jingmian si compiacque della cosa e fra sé pensò: “Perfetto, oggi ho finalmente l’occasione per educare il mio popolo”. Allora, si rivolse ai ciechi che aveva fatto convocare e disse loro di toccare il corpo dell’elefante, ognuno nel punto che gli era più comodo. Dopo di ché il sovrano chiese: «Adesso avete visto l’elefante?» e i ciechi risposero tutti: «Sì, maestà, lo abbiamo visto.» Il re allora domandò: «Sapete dirmi a cosa somiglia l’elefante?»
Il primo cieco, che aveva toccato il piede dell’animale, rispose: «Maestà, è facile! L’elefante è simile a un barile verniciato.»
Un secondo cieco, che invece aveva toccato la coda dell’elefante, disse: «Non è così, è simile a una scopa!»
Un altro cieco, che aveva toccato la pancia del pachiderma, si intromise dicendo: «Ma no, è un tamburo!»
Una quarta persona, che ne aveva toccato la scena, replicò: «State tutti sbagliando! L’unica somiglianza vera è con un grande tavolo da tè.»
Il cieco che aveva toccato l’orecchia dell’elefante però disse: «Non ci siamo, l’elefante è simile a un ventaglio.»
Un sesto uomo, che aveva toccato il capo dell’animale, si mise a discutere dicendo: «Chi ha detto che somiglia a un ventaglio? È chiaro che l’elefante è un cesto rotondo!»
Un ultimo cieco rispose dopo aver toccato una delle zanne: «Maestà, in realtà l’elefante è appuntito come un corno…»
Dato che queste persone erano tutte cieche dalla nascita, nessuno aveva davvero idea di come fosse fatto quel grande animale ed era difficile capirlo solo toccandolo. Ognuno però si era fatto la sua idea, sbagliata, e non era disposto a rinunciarci. Così andarono a lungo avanti a litigare fra di loro.
Alla fine, il re Jingmian scoppiò in una grande risata e disse: «Suvvia, ciechi! Non c’è bisogno che litighiate in questo modo! Ognuno di voi ha potuto osservare solo un piccolo pezzo, ma siete tutti convinti di avere ragione? Non avete potuto osservare l’animale per intero ma pensate di sapere come sia fatto, in questo siete simili a quelle persone che non hanno ascoltato gli insegnamenti del Buddha ma che credono lo stesso di conoscere la verità». Allora il re continuò a parlare rivolto alle persone che si erano affollate attorno: «Miei sudditi! Ci sono molte persone che credono nei principi superficiali e rozzi delle cattive religioni, ma che non si curano di studiare in modo approfondito e completo la verità del Buddismo, che differenza c’è fra quelle persone e questi ciechi che toccano un elefante?»
Da quel momento, il popolo abbandonò i falsi principi e iniziò a seguire la giusta strada, diventando fedele agli insegnamenti del Buddismo.

Sitografia


Sitografia immagine



http://www.redefinemag.com/2013/rob-sato-artist-interview/



Dr. Patrick Bini