lunedì 11 maggio 2015

Quando un problema diviene psicopatologia?

Continuando a fare ciò che hai sempre fatto
otterrai ciò che hai sempre ottenuto.
"Tony Robbins"

Sfatiamo subito i falsi miti per i quali chi ha un disagio di tipo psicologico è matto.
Il confine tra “normalità” e “patologia” è in realtà molto sottile, e purtroppo ognuno di noi può cadere in fallo con estrema facilità. Per fare un esempio, un evento terrificante della durata di pochi secondi, come un attacco di panico, può trasformare immediatamente una persona se così si può dire, “normale”, in una persona con un problema psicopatologico.





Ma allora cos’è una psicopatologia? 


E’ una modalità di percezione e reazione di un individuo, disfunzionale rispetto a se, al mondo e/o agli altri. Disfunzionale perché certi modi reiterati di percepire e reagire, solitamente causano una grande sofferenza interiore e non permettono di far fronte ad uno o più aspetti di vita. Inoltre un problema di tipo psicopatologico è difficilmente superabile dalla persona facendo solamente leva sulle proprie capacità, e questo perché è il suo stesso modo di fare e pensare che alimenta e mantiene viva la patologia stessa. 
Per comprendere meglio vi porto un esempio. 
Un ossessione è un pensiero che si accende involontariamente nella mente del povero malcapitato che si ritrova ad avere una voce in testa, esterna al suo io e alla percezione di se, che egli assolutamente non vorrebbe ( è differente dalle allucinazioni uditive che sperimentano gli schizofrenici perché questi odono realmente una voce proveniente dall’esterno, mentre l’ossessione è un pensiero percepito come esterno al proprio io).  Quando questa voce interiore si accende (e può accadere varie volte in un solo giorno) la tentata soluzione più utilizzata, per ovvie ragioni, è non ascoltarla o cercare di non pensarci. Questa modalità reattiva, invece che sedarla, fa si che la voce interna viva di vita propria e continui sempre più insistentemente ad assillarlo.
Se ci pensate bene una cosa simile accade spesso a tutti noi quando al mattino ci alziamo dal letto e abbiamo in testa quel motivetto, quel ritornello, che magari abbiamo sentito in tv il giorno prima, il famoso tormentone. Ed ecco che la canzoncina inizia a circolare ininterrottamente nella nostra mente diventando via via sempre più fastidiosa. Immagino che almeno una volta sia capitato a tutti. Ecco, un tormentone è molto simile a un ossessione, con la differenza che in breve tempo si estingue da solo (per questo non diviene psicopatologia) e non continua a tormentarci per mesi o anni. L’ossessione invece, proprio perché alimentata dai nostri tentativi disfunzionali di soluzione, tormenterà l’individuo per sempre, a meno che non inizi a seguire una strada alternativa per cercare di superare il problema. 
Quindi un problema diviene psicopatologico quando un individuo non riesce a risolverlo utilizzando le consuete linee logiche di pensiero, che anzi lo complicano e mantengono vivo.
Facciamo un altro esempio, la depressione per lutto. 
Chi in seguito alla morte di una persona cara non attraversa un periodo di umore depresso. E’ fisiologico, sarebbe strano se ciò non accadesse. Solitamente tale condizione si risolve in poche settimane, in cui l’individuo gradualmente riprende in mano le redini della propria vita e i pensieri usuali sostituiscono pian piano quelli tristi di mancanza e abbandono. Come dicevo questo tipo di depressione è fisiologica e necessaria per elaborare il lutto in maniera adeguata.  
Ci sono però persone, che conducevano una vita così strettamente intrecciata con il povero estinto, che avevano un legame così stretto, da non poter più rientrare nella “routine”, propio perché non esisteva una routine in assenza dell’altro. Se continua a persistere temporalmente, questo tipo di depressione può concretizzarsi divenendo modo di fare e pensare, trasformandosi quindi in psicopatologia.

In ogni caso, almeno da un punto di vista Strategico, si definiscono psicopatologici tutti quei tipi di problemi in cui i tentativi reiterati di soluzione disfunzionale divengono il vero problema e impediscono all’individuo di vivere la vita che vorrebbe.

Ma come è possibile che la soluzione divenga il problema?

Vi porto l’esempio più semplice che ho a disposizione; parlare con gli altri del proprio problema. E’ una cosa socialmente condivisa, è risaputo che sfogarsi ci fa sentire meglio.
Purtroppo però un essere umano non è una vasca che quando è piena basta stapparla per far defluire ciò che c’è dentro. Quindi tale metodo porta sollievo, ma solo momentaneamente (si parla di pochi minuti). Dato che però mi fa realmente sentire meglio, cercherò di parlarne il più possibile, innescando una serie di conseguenze devastanti. Prima tra tutte il fatto che centrando la comunicazione e i miei pensieri sempre sul mio problema esso sarà sempre al centro della mia attenzione, sempre più vivo e presente. Inoltre angosciare gli altri con i propri problemi non è certamente allegro e gratificante, ne per noi, ne per chi ci ascolta, che magari inizierà ad evitarci. 
Quindi parlare dei propri problemi rappresenta quella che in terapia strategica si chiama tentata soluzione disfunzionale.
Le tentate soluzioni sono disfunzionali quando funzionano al momento ma a lungo andare divengono la gabbia in cui ci chiudiamo da soli perché non risolvono il problema ma lo perpetuano.
Un’ossessivo compulsivo per le contaminazioni batteriche che tocca una maniglia “contaminata”, sperimenta internamente un forte disagio che si placa quando compulsivamente opera i propri rituali riparatori che solitamente consistono nel lavarsi. Quindi lavarsi le mani ad esempio per tre volte, funziona perché dopo si sente meglio. Il problema è che se andasse a toccare nuovamente la stessa maniglia, dovrebbe ripetere nuovamente i propri rituali. Lavarsi le mani per tre volte però romperebbe le scatole a chiunque, è una grossa perdita di tempo, quindi ecco che eviterà di esporsi alle situazioni che ritiene rischiose, proprio perché se lo fa deve poi mettere in atto i rituali. Quindi vi chiedo, anche se lì per lì funziona e lo fa sentire meglio, vi sembra una soluzione efficace? Naturalmente no, ma visto che è l’unica che ha a disposizione continuerà a farlo e farlo e farlo. 
Abbiamo detto che un attacco di panico, può rendere immediatamente psicopatologica una persona sana, questo perché l’esperienza vissuta dal povero malcapitato, è talmente reale, scioccante, disarmante, che chi lo sperimenta per la prima volta crede di essere stato lì lì per morire di infarto. Dopotutto le reazioni fisiche sono le stesse: cuore in fibrillazione, respiro affannato, senso di costrizione toracica, dolore alle spalle, sudore freddo. Quindi un esperienza reale, talmente sconvolgente, che pone l’individuo in condizione di temere che tale attacco si ripresenti. Ed ecco che per preservarsi dal riprovare certe emozioni terrorizzanti, inizia a mettersi in ascolto del proprio corpo, ad evitare le situazioni rischiose che potrebbero provocarlo, a parlare con tutti del proprio problema. 
Il suo autoinganno è: “se mi ascolto sarò pronto al momento in cui l’attacco arriverà”, inoltre evitando le situazioni “rischiose” eviterò che si ripresenti. Niente di più sbagliato, infatti basta bere un caffè che come stimolante va ad innalzare  momentaneamente i battiti cardiaci, che la persona leggerà certe reazioni come il preludio di un attacco. Così si attiva la paura che innalza tutte le reazioni fisiologiche che dicevamo prima, concretizzando realmente l’attacco di panico. Inoltre evitare le situazioni rischiose, farà si che egli cerchi di evitare certi contesti, che proprio perché vissuti con accezione di pericolosità, diverranno davvero sempre più pericolosi, proprio per il significato che egli stesso gli ha attribuito.
Come dicevo prima i problemi di tipo psicopatologico non seguono gli schemi logici a cui siamo abituati. Quindi non avendo alternative il povero malcapitato non può fare altro che mettere in atto dei tentativi di soluzione che vadano ad alleviare, anche se momentaneamente, le proprie sofferenze. I tentativi di soluzione però, proprio perché non pianificati, ma improvvisati, arrivano a divenire il vero e proprio problema che chiude l’individuo in un circolo patologico.


Quindi per riassumere in modo chiaro, le psicopatologie minori come ossessioni, paranoie, depressione, disturbi alimentari, ansia generalizzata, attacchi di panico, ipocondria, disturbi post traumatici da stress, ecc, si originano  dai tentativi disfunzionali di soluzione messi in atto da un individuo. Sono infatti le soluzioni inadeguate che funzionano al momento ma complicano ancora di più il problema a lungo termine a divenire  la gabbia in cui l’individuo si chiude da solo e che concretizza ogni giorno di più la patologia stessa.

Per approfondimenti vi consiglio la lettura dei seguenti articoli:

Ti serve lo psicologo?

Come si costruisce la soluzione ad un problema psicologico?

Psicopatologia: Comprendere le cause o risolvere il problema?